Quando basta essere

Ci sono persone che vivono così, anche se spesso lo dimenticano. Crescono in un mondo che le spinge sempre più in alto, che urla di avere obiettivi, di puntare lontano, di non fermarsi mai. Come se stare dove si è, adesso, non bastasse mai.

Tutti parlano di mete. Devi averle. Devi sapere dove vai. Devi crescere, espanderti, diventare qualcosa di più. Sempre di più. Come se la vita fosse una corsa verso un punto lontano, e non qualcosa che accade qui, mentre si respira. E chi prova a resistere a questa logica sente subito che qualcosa non torna. Non è un passo indietro. È solo la tensione di essere forzati. C’è qualcosa di violento in questa ossessione per le mete. In questa idea che senza uno scopo alto, grande, visibile, non si valga abbastanza. Che se non si punta lontano, il tempo è sprecato. E invece, spesso, a essere sprecata è la presenza, l’ascolto, la qualità.

Oggi tutto è troppo. Troppe parole, troppe immagini, troppe aspettative. Troppo rumore. E in mezzo a questo eccesso, la semplicità diventa quasi invisibile. Non perché non esista, ma perché non serve a dimostrare niente. Non impressiona. Non promette. La qualità non ha bisogno di essere enorme. Non ha bisogno di crescere per forza. A volte sta nel poco che è vero. In ciò che non è costruito. In ciò che non cerca di sembrare altro.

Non si tratta di rinunciare o di accontentarsi. Si tratta di smettere di inseguire ciò che non è proprio. Di lasciare cadere ciò che è superfluo, anche se fuori sembra importante. Quando succede, qualcosa si allenta. Non c’è più bisogno di andare da qualche parte per sentirsi legittimi.

Non tutto deve crescere. Non tutto deve diventare di più.

Alcune cose hanno valore proprio perché restano semplici, non addomesticate, non inserite in un piano. E forse non avere una meta, a volte, non è perdersi. È smettere di scappare.