Persa e ritrovata

Ero immersa in una confusione così densa da offuscarmi la mente. Cercavo disperatamente una risposta, ma più mi sforzavo, più sentivo di perdere il contatto con la mia essenza. Mi ero allontanata dalla mia parte irrazionale, quel frammento invisibile ma potente che una volta sentivo così vivo. Ora era come se fosse sigillato, chiuso, messo da parte.

Nel caos esterno, mi ero smarrita. Non c’è viaggio più folle, spaventoso e terribile di questo. È una prova che ogni essere umano, prima o poi, affronta. Lo so perché l’ho vissuta, e so che molti altri la vivono costantemente, intrappolati in quel vortice senza fine, incapaci di uscirne.

Ricordo il senso di alienazione, la sensazione di essere scollegata da tutto ciò che conta davvero. Per alcuni, quel risveglio interiore non arriva mai. Non sanno nemmeno di essere addormentati, separati da ciò che potrebbe dar loro significato. Non si accorgono che vivono in uno stato di assenza, lontani dal richiamo profondo della loro anima.

A volte mi chiedo quanta pazienza abbia l’anima. È lì, costantemente, a richiamarci. Ogni ora, ogni minuto, ogni giorno. Non si arrende mai, anche di fronte alla nostra ostinazione. Invia segnali di ogni tipo: lievi, forti, dolorosi. Ma noi li ignoriamo, sempre. E quando quei segnali fanno male, preferiamo voltarci dall’altra parte, proteggerci, costruire barriere contro tutto e tutti pur di non guardarci dentro.

C’è qualcosa di meraviglioso e insieme tragico in questo. È come osservare un bambino di due anni che, inconsapevole, inciampa e cade, ma non sa perché. Siamo noi quegli infanti: piccoli, ciechi, inconsapevoli. Eppure, a un certo punto, quel bambino deve crescere. Deve fermarsi, osservare, capire.

La natura non aspetta. I suoi cicli scorrono con una precisione spietata, indifferente alla nostra immaturità. Tocca a noi adattarci, imparare, maturare. Non possiamo rimanere fermi in un eterno infantile balbettio. Forse è davvero arrivato il momento di crescere.

Ma mi chiedo: cosa succede se non lo facciamo? Se rifiutiamo questa crescita, questa maturazione? È vero, ci sono persone che stanno cambiando, che stanno rispondendo al richiamo interiore, ognuna con i propri tempi. Questo mi dà speranza. Ma saranno abbastanza? Abbastanza per creare un mondo dove regni l’armonia, dove si pensi in modo creativo e collettivo?

E cosa accadrà a chi si ostina a restare fermo, chi rifiuta di evolvere?

Ero immersa nella confusione, sopraffatta dalla sensazione di essermi persa. Eppure, in mezzo a quel caos, c’era un pensiero che si faceva spazio tra le nubi: ce la farò. Nonostante tutto, ce la farò. E non solo io, ce la faremo.

Era un pensiero fragile e potente nello steso momento. Un’ancora che, anche quando i dubbi mi assalivano, non smetteva di brillare. E di dubbi ce n’erano tanti. A volte, sembravano schiacciare ogni desiderio, ogni immaginazione di un tempo sereno e di una pace collettiva. Ma chi non ha dubbi? Fa parte del gioco, no?

Quei dubbi, però, non si fermavano lì. Si trasformavano, prendevano la forma di paure concrete, e a volte diventavano puro terrore. Quando questo accadeva, mi sentivo come un granello di polvere, insignificante e vulnerabile. Erano convincenti, quei pensieri oscuri, capaci di travolgermi come un’onda impetuosa. E sapevo che, se non fossi stata un’abile surfista della mente, avrei rischiato di affogare. Oppormi a loro? Era altrettanto rischioso: resistere significava combattere contro un oceano di emozioni che mi avrebbe potuta travolgere ancora di più.

La parte più difficile era centrarmi. Continuavo a credere che il male fosse esterno, che fosse il mondo fuori di me a essere il problema. Ma la verità era un’altra, e sapevo che dovevo affrontarla: il vero nemico era dentro di me. Era lì, nella mia mente. Quel vecchio “amico” che dolcemente tortura le teste di tutti, non faceva eccezione con me. Era astuto, persuasivo, e sapeva come insinuarsi nei miei pensieri.

Avevo davanti a me due opzioni. Potevo arrendermi, lasciare che quel nemico interiore mi divorasse, oppure potevo scegliere un’altra strada. Sapevo che avevo il potere di scegliere. La mia mente, per quanto imprevedibile e ribelle, era uno strumento nelle mie mani. Nessuno, tranne me, poteva prendere la decisione per cambiare ciò che stava accadendo dentro di me.

E fu in quel momento che capii una cosa fondamentale: la vita che mi aspettava dipendeva solo da me.

Poteva essere difficile, triste, insoddisfacente. Una vita chiusa, piena di paure, povera non solo di denaro, ma anche di esperienze. Ma tutto dipendeva da cosa avrei scelto di lasciare entrare nella mia mente. Mi era chiaro che, se continuavo a dare spazio ai dubbi e a quella visione limitata di me stessa, non mi aspettava nulla di bello.

Ero arrivata al momento di dire basta.

Non volevo più vedermi chiusa, impotente, debole, insicura. Mi ero stancata della vita che la mia mente mi stava offrendo. Così presi una decisione. Qualsiasi cosa fosse accaduta, nonostante tutte le difficoltà e le situazioni che sembravano impossibili da affrontare, sarei rimasta fedele a me stessa.

Avevo capito che la vita che mi aspettava dipendeva dai miei pensieri, dalla mia volontà di vivere e assaporare ogni sfumatura dell’esistenza. Ero stanca di vivere solo gli aspetti negativi, intrappolata in un loop di tristezza, buonismo forzato e compromessi che per me non avevano valore. Era arrivato il momento di vivere secondo i miei valori. Di dare spazio alla nuova persona che sentivo nascere dentro di me.

Questa volta, però, non c’era più paura davanti a quella parte di me. Ero curiosa. Volevo scoprire cosa mi avrebbe riservato di meraviglioso, creativo e stabile. Era come se stessi camminando verso un futuro che, per la prima volta, mi sembrava davvero mio.

L’unica cosa che dovevo fare per proteggere questa mia nuova identità era rimanere fedele a me stessa, ai miei valori. Anche di fronte alle difficoltà, anche quando le situazioni sembravano voler tirarmi di nuovo nel vortice dei dubbi e dell’insicurezza.

La via d’uscita era sempre quella: scegliere me.

In ogni situazione, in ogni ruolo che ricoprivo durante la giornata, dovevo mettere me stessa al primo posto. Perché perdersi negli altri era il trabocchetto che mi aveva fatto cadere tante volte. Era il buco nero che mi riportava indietro.

Non avrei più permesso che accadesse.