La mia auto

Quella notte, invece di accendere la TV, ho aperto la porta dell’auto. Il sedile del guidatore era freddo, impregnato di polvere. Mi sono seduto, le mani strette allo sterzo. “Dove voglio andare?” ho sussurrato. Nessuna risposta, solo il ticchettio della pioggia sul tetto.

All’inizio viaggiavo da solo. Poi, senza rendermene conto, l’auto si è riempita: Marco, l’amico che rideva delle mie paure, seduto dietro con i piedi sul cruscotto; Laura, che sussurrava “Non sei capace” ogni volta che rallentavo. Un giorno li ho fatti scendere a un casello. Marco ha sbattuto la portiera, Laura ha lasciato una busta di caramelle sul sedile. Non l’ho mai aperta.

Ho imparato a sostare nei posti più impensati: un diner nel New Mexico, dove una cameriera mi ha servito un caffè dicendo: “La solitudine è un piatto che va consumato caldo”; un bosco in Norvegia, dove ho spento i fari e ho contato le stelle finché le dita non si sono intorpidite.

Una volta ho sbagliato strada, finendo in un sobborgo senza nome. Case basse, giardini recintati. Un uomo in tuta mi ha chiesto: “Cerchi qualcosa?”. Ho scosso la testa e sono ripartito. A volte, perdersi è l’unico modo per capire cosa non si vuole.

Ora guido con la cartina strappata sul sedile. I confini sono sbavati, i nomi delle città illeggibili. Ogni tanto fermo un hitchhiker: Sofia, un’artista con le unghie dipinte di blu, che canticchiava canzoni sconosciute; Davide, un ex insegnante con una valigia piena di libri. Li porto finché il viaggio ci accomuna. Poi, con un cenno, li saluto.

Non accetto chi cerca di afferrare il volante. C’è chi lo fa con carezze (“Lascia guidare me”), chi con minacce (“Sbagli direzione!”). Io sorrido, punto il dito verso il retro: “Il posto è lì. O là fuori”.

Scrivo queste parole in un motel della Route 66. La mia auto è parcheggiata sotto un cartello al neon che dice “Open 24h”. Non so dove andrò domani. So solo che quando accenderò il motore, sarà perché io ho deciso.
Perché alla fine, la vita non è una corsa.

È un viaggio in cui l’unico pedaggio da pagare è il coraggio di essere sé stessi.